Gli insegnanti hanno perso prestigio sociale?

Da diverso tempo si sente parlare della crisi della professione del docente, che avrebbe subito un declino negli ultimi trent’anni, a causa di riforme improbabili e di una società sempre più capitalistica e democratica.

È  davvero così? Che cosa significa essere un insegnante oggi?

insegnanti prestigio sociale

La democratizzazione della scuola: dall’accesso libero alle classi pollaio

Paradossalmente, sembra che, da quando l’accesso all’istruzione è stato democratizzato, l’insegnante abbia perso sempre più prestigio sociale. Un tempo, diventare insegnante era un percorso “facilitato”, per certi versi, dal momento che non c’era una burocrazia assurda come quella contemporanea che regolamentava l’accesso alle classi. Tuttavia, era anche più difficile: l’educazione non era aperta a tutti, di conseguenza, solo pochi potevano elevarsi alla conoscenza e a questo mestiere.

La cultura non è più un privilegio

Oggi le cose sono molto cambiate. L’accesso alla cultura, almeno formalmente, è aperto a tutti, a prescindere delle proprie condizioni economiche. Nella maggior parte dei licei italiani non c’è più un test d’ingresso, le tasse annuali non costituiscono una spesa folle per una famiglia media e ottenere una borsa di studio per frequentare un’università pubblica non è poi così difficile.

L’accesso alla conoscenza è stato facilitato e questo è senza dubbio un elemento positivo. Tuttavia, sembra che invece gli insegnanti non abbiano tratto beneficio da questo importante cambiamento della nostra società.

Movimento studentesco 1968

Manifestazione del Movimento studentesco, 1968

Dall’esclusività alle classi pollaio

Gli studenti sono sempre di più, ma i docenti sono sempre di meno“. Potrete leggere notizie di questo genere su qualunque giornale che tratti di scuola. Dopo la pandemia, la situazione è notevolmente peggiorata, ma anche prima non era rosea.

Da un lato, abbiamo il numero degli alunni che cresce, e questo è ovviamente bellissimo. Dall’altro, però, i fondi dedicati all’istruzione sono sempre più scarsi e di conseguenza le strutture non sono pronte ad accogliere tutti questi ragazzi.

Non ci sono né aule né docenti sufficienti: questo significa che le classi diventano sempre più numerose e si trasformano nelle cosiddette “classi pollaio” (potete scaricare gratuitamente il report della situazione in Italia qui). Un docente si ritrova a lavorare in una classe di venticinque o trenta alunni: numeri decisamente più alti rispetto a un tempo.

Classi pollaio

Il ruolo del docente: ieri e oggi

Un tempo insegnare significava non solo essere un punto di riferimento e una figura di prestigio per la classe o la scuola, ma addirittura per l’intera comunità. Se la comunità era piccola, l’insegnante di solito era il tipico maestro unico e la sua figura si avvaleva della stessa importanza di quella di un medico o di un avvocato.

Oggi non è più così. Le piccole comunità, per la maggior parte, non esistono più e anche il maestro unico è andato a sparire con il tempo. Oggi l’insegnante è una delle figure professionali più precarie in Italia: prima di diventare di ruolo possono passare diversi anni, in attesa di un pensionamento di un collega o di un concorso che non sembra arrivare mai.

Classi ieri e oggi

Precariato e conseguenze

Gli insegnanti vengono sballottolati da una città all’altra, si ritrovano ad aver lavorato in dieci istituti diversi nel corso di cinque anni, a non aver mai visto il percorso completo di una classe. Non fanno in tempo a instaurare un legame con gli alunni, che già devono salutarli, verso un’altra scuola, un’altra classe dove c’è un ruolo vacante (temporaneamente).

Questo ha delle conseguenze gravissime sullo studente, che si ritrova senza una figura di riferimento e non si sente abbastanza motivato a studiare e non avverte la figura stessa del docente come importante (dal momento che il sistema stesso la ritiene sostituibile).

Le conseguenze, tuttavia, sono gravissime anche sul docente stesso. Si sente sminuito, poco importante, avverte che tutti i sacrifici fatti (lauree, corsi di aggiornamento, crediti extra) sono stati inutili se chiunque può entrare in una scuola, anche se temporaneamente.

Guardano ai colleghi, che sono riusciti a passare di ruolo prima che l’ennesima riforma cambiasse, o pensano ai loro vecchi insegnanti, che ormai sono in pensione dopo una vita professionalmente migliore.

E tutto ciò si riversa sulla loro psiche.

burn-out a scuola

Burn-out a scuola: il fenomeno è più grave di quanto si pensa

Questa situazione provoca nei docenti, anche giovanissimi, pesante stress. Si ritrovano a dover seguire delle classi numerosissime (per quanto? Due settimane, sei mesi, forse un anno e poi?) da soli, senza poter contare su nessun altro se non se stessi o colleghi altruisti.

Pensano ai propri genitori, magari a loro volta insegnanti, ma di un’epoca diversa, passata, che a trent’anni avevano un contratto a tempo indeterminato e iniziavano a pagare il mutuo per la casa al mare. Invece, loro si ritrovano in questa situazione, senza certezze, per uno stipendio più basso di quanto immaginato.

Insegnanti e prestigio sociale, burn-out

Una professione sempre più a rischio

Se provano a lamentarsi, si sentono ripetere dagli esterni che non ne hanno il diritto, dal momento che il loro è “solo un lavoro part-time con ben tre mesi di vacanze tutte le estati”. Ci si ritrova senza neanche più avere la voglia di giustificarsi o di continuare a lavorare: tutto ciò sfocia nel burn-out.

Lo studio decennale Getsemani, dal titolo Burnout e patologia psichiatrica negli insegnanti, mostra che la categoria degli insegnanti è quella che più conduce verso patologie psichiatriche e inabilità al lavoro. I docenti sono infatti sottoposti a diversi stress di tipo professionale.

Nel 2011, le stime svolte su scala nazionale indicavano che almeno il 3% (circa 25mila) soffriva di patologie psichiatriche croniche, a cui andava aggiunto un altro 10% (circa 80mila) che mostrava segni palesi di stanchezza e spesso di depressione. Il dottor Vittorio Lodolo D’Oria ha analizzato bene la situazione in questo libro, che ripercorre gli anni dal 2015 al 2018.

scuola ieri e oggi

Scena tratta dal film Il rosso e il blu, 2012.

La (s)fiducia nella scuola

È vero che c’è stata un’epoca dove l’insegnante veniva sempre rispettato e la sua parola era considerata quasi sacra, da studenti e genitori? Forse sì, ma continuare a guardare con rimpianto il passato sicuramente non è la soluzione a questo problema.

Gloria Marchionne, docente di italiano e storia in un istituto professionale di Latina si è espressa così: «Insegno da trent’anni, e il cambiamento in senso negativo l’ho visto, eccome.

Il degrado della scuola, inteso come mancanza di strumenti, strutture, fondi, è diventato un degrado generale, anche nei rapporti umani. Non sono nostalgica, ma una volta la figura dell’insegnante aveva una sua valenza, rappresentava un valore. Oggi invece siamo in balia dei presidi, delle riforme fatte senza neppure chiederci un parere… Aria fritta: abbiamo scuole dell’Ottocento e ci chiedono programmazioni d’avanguardia».

(s)fiducia nella scuola

Il pessimismo

Si continua a insegnare, ma sempre con un’aura di profondo pessimismo.

Il sociologo Carlo Brizzi ha dichiarato: «I docenti oggi percepiscono come diminuito il proprio prestigio sociale. Ancora peggio, la loro sensibilità li spinge ad affermare che diminuirà ulteriormente. Il problema è che l’insegnante si percepisce come una persona con una forte funzione sociale, o come un professionista con un compito di rilievo. In realtà poi come si vede riconosciuto? Alla stregua di un impiegato, di un funzionario pubblico. La discrasia è forte e non tutti riescono a farvi fronte».

Gli studi scientifici

Il fenomeno è talmente grave che gli studiosi dello IARD, l’istituto di ricerca sociologica e nella formazione professionale, hanno dichiarato gli insegnanti “pessimisti verso il prestigio professionale“. Questo pessimismo è più diffuso alle medie e alle superiori rispetto alle scuole dell’infanzia e alle primarie, ed è dovuto alla sfiducia e al declino dei valori su cui si fonda l’insegnamento.

Questa analisi è apparsa sul Corriere della sera nel 2003. Con il tempo la situazione è andata peggiorando, così come era stato previsto. Secondo l’ultimo rapporto Eurispes, tuttavia, questo sconforto e questa mancanza di fiducia da parte dei cittadini non riguarda solo la scuola, ma in generale le istituzioni: dal 2020 al 2021 gli italiani che indicano una diminuzione della propria fiducia nei confronti delle istituzioni del nostro Paese sono passati dal 24,9% al 32,5%. La scuola, tuttavia, nonostante la pandemia e la DAD, ha mantenuto un consenso stabile che è addirittura aumentato dal 65% al 66,5%.

Amare l'insegnamento

Amare l’insegnamento: è abbastanza?

Che cosa dire dopo questa lunga analisi? Sì, sicuramente la figura dell’insegnante ha perso prestigio rispetto a un tempo, ma questa perdita di autorevolezza si è accompagnata a profonde rivoluzioni positive per la nostra società.

Ne è valsa la pena?

Sicuramente il sistema scolastico italiano e, in generale, mondiale sta vivendo una gravissima crisi e cela profondi problemi e contraddizioni, che non sembra vedranno una soluzione tanto presto.

Non stupisce, quindi, se in molti si arrendono o si rifugiano nella routine. Stupisce, piuttosto, scoprire quanti ancora resistono.  Come sosteneva la professoressa Marchionne già nel 2003 (diciannove anni fa!) si continua a insegnare, cercando di dare il meglio di sé: «Si va avanti. Perché noi, nel momento in cui entriamo in classe, alla fine siamo insegnanti. Di fronte abbiamo “materiale umano”. Quindi la lezione si fa. Se la scuola regge è perché ci siamo noi. Che ogni mattina, nonostante l’avvilimento, andiamo avanti».

Maestri, professori e educatori di tutta Italia resistono… ma per quanto ancora potrà durare?



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