Continua la nostra rubrica Così si fa la scuola. Il mese di settembre è dedicato a Fiorenzo Alfieri, uno dei più grandi insegnanti e pedagogisti italiani.

Si tratta di un grandissimo personaggio della cultura torinese che ha dedicato la sua vita all’educazione dei bambini provenienti dai contesti sociali più difficili. Ci ha lasciati lo scorso 13 dicembre, all’età di 77 anni, dopo aver contratto il covid.

Come Maria Montessori, ha contribuito a rivoluzionare il sistema scolastico, dando una speranza agli studenti che lo Stato italiano stava lasciando indietro.

 

Fiorenzo Alfieri

Fiorenzo Alfieri nacque l’11 settembre 1943 a Polignano a Mare, in provincia di Bari, ma visse prevalentemente a Torino, dove divenne una figura nota. Insegnò all’università, alle facoltà di Psicologia e Scienze della formazione e per quasi quarant’anni lavorò come amministratore pubblico e assessore comunale.

 

Laureato in Pedagogia, divenne insegnante elementare e iniziò a occuparsi degli alunni  provenienti dalle situazioni economiche più precarie. Era il periodo delle grandi migrazioni dal sud al nord Italia e la periferia del capoluogo piemontese pullulava di numerose famiglie in gravi difficoltà che non avevano il tempo di occuparsi dei figli.

Così, Fiorenzo Alfieri ebbe un’idea.

Il Movimento di Cooperazione Educativa

Nel 1970 fondò la versione torinese del Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), una corrente di pensiero nata nelle Marche nel 1951 ma che vent’anni dopo risultava ancora sconosciuta agli insegnanti del resto d’Italia.

Il movimento coinvolge educatori e docenti e segue la metodologia della professoressa francese Célestin Freinet. Sono centrali l’uso della stampa, della corrispondenza internazionale e, in generale, delle arti grafiche e tipografiche.

Alfieri lo diffuse nella sua città e fu un immediato successo, tanto che vi aderirono anche Mario Lodi e Bruno Ciari. L’idea era quella di rivoluzionare la scuola e di aprirla dal punto di vista sociale verso un’istituzione più pubblica, democratica e laica. All’epoca, infatti, c’era ancora una fortissima distinzione (e discriminazione) tra i diversi tipi di istituti.

 

Classe

Classe femminile di una scuola dell’epoca

 

Scuola Torino

Scuola elementare della periferia di Torino, 1960

 

Una scuola per tutti

Iniziò in alcune scuole elementari della periferia torinese, frequentate soprattutto da bambini meridionali immigrati da poco. Insieme a un nutrito corpo di giovani docenti riconvertì le aule in laboratori con pitture, stampe, colori e banchi raggruppati per svolgere le attività insieme.

L’idea presto si diffuse in tutta la città, tanto che anche i piccoli alunni appartenenti alla famiglie borghesi iniziarono a frequentare quelle scuole, preferendo avventurarsi ogni giorno nei quartieri popolari piuttosto che nel ricco centro storico.

Proprio lui commentava così questo “miracolo” nel suo libro La città che non c’era: “Un fatto di questo tipo – che si andava ad aggiungere al risultato di avere, dopo cinque anni di scuola, ragazzi e famiglie che leggevano libri in modo regolare, ascoltavano buona musica, si organizzavano per andare insieme la domenica a conoscere i beni storico-artistici della regione, facevano teatro e soprattutto organizzavano comitati di quartiere spontanei per portare i loro modi di ragionare e di agire fuori dai confini della scuola – a me pare di particolare interesse. Si parla tanto, infatti, di rompere i ghetti urbani ma è difficile poi accettare il principio che il modo migliore per farlo stia nel creare in periferia servizi migliori di quelli che si trovano nelle zone considerate privilegiate, fino a indurre i ceti medio-alti a complicarsi la vita pur di mettere a disposizione dei loro figli certi modi di stare insieme e di capire il mondo“.

Eccolo in una conferenza del 2017, mentre commentava questo fatto.

 

 

Finalmente, era possibile vedere una scuola che tutti frequentavano, senza distinzioni sociali. Finalmente, i bambini più poveri potevano avere accesso allo stesso livello di istruzione dei loro coetanei più ricchi. Così continua Alfieri nel suo libro:

L’ambizione di noi insegnanti fu sempre quella di contrastare il principio secondo cui l’offerta educativa e culturale, se vuole davvero incontrare gli strati più popolari, deve necessariamente abbassare il proprio livello. Cercammo di dimostrare l’esatto contrario e cioè che, lavorando in un certo modo con i bambini e con le loro famiglie, si poteva produrre il ‘miracolo’ di ottenere una qualità pari se non superiore a quella riscontrabile in ambienti socialmente più avvantaggiati“.

Una rivoluzione destinata a durare

Oggi quei bambini sono degli adulti sicuri di sé, che hanno avuto accesso alla cultura e che hanno imparato a credere nel futuro.

Anche se sono ancora tanti i cambiamenti che la scuola italiana deve affrontare, questo maestro pugliese ha rivoluzionato completamente il sistema e ha dato il via a un profondo processo di trasformazione destinato a continuare.

Eccolo in un’intervista del 2013 dove descriveva le problematiche della scuola superiore in occasione della pubblicazione del suo libro Strade parallele, scritto insieme al nipote Leonardo Menon, allora sedicenne.

 



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