Il 30 dicembre cade l’anniversario della morte di Rita Levi Montalcini, una delle più grandi neurologhe italiane.

Si è spenta il 30 dicembre 2012, all’età di 103 anni. Per quanto non sia una figura che abbia inciso particolarmente sul sistema scolastico italiano, ha continuato a studiare per tutta la vita e ha influenzato più di una generazione.

Si tratta di un personaggio incredibile, che ha dimostrato che lo studio e la scienza non guardano al genere della persona. Per questo, ha potuto vantarsi di essere stata la prima donna italiana ad aver vinto il Premio Nobel per la Medicina, nel 1986.

Gli inizi: una donna scienziata?

Rita Levi Montalcini nacque a Torino nel 1909 in una famiglia borghese di origini ebraiche.

Il padre, ingegnere elettronico conservatore e dalla morale vittoriana, sognava per lei e la sorella gemella Paola un futuro più consono a una donna dell’epoca, moglie e madre. Nonostante questo, non si oppose quando Rita nel 1933 si iscrisse alla facoltà di Medicina all’università di Torino. Paola, invece, sarebbe diventata una pittrice, come la mamma Adele.

La decisione di studiare Medicina fu spinta dall’aver assistito alla morte dell’amata tata, scomparsa a causa di un tumore. Per questo, già dall’inizio dimostrò un forte interesse per la ricerca, sostenuto dal suo mentore, l’istologo Giuseppe Levi, padre della scrittrice Natalia Ginzburg, che nel 1940 avrebbe fondato la casa editrice Einaudi insieme al marito Leone e altri intellettuali dell’epoca.

Il medico infuse ai suoi studenti il giusto metodo per affrontare i problemi scientifici e i suoi insegnamenti si rivelarono preziosissimi. Ben tre dei suoi allievi, Salvatore Luria, Renato Dulbecco e ovviamente Rita Levi Montalcini vinsero il premio Nobel. 

Rita Levi Montalcini e la sorella gemella Paola

La ricerca durante la persecuzione fascista

Rita Levi Montalcini si laureò con il massimo dei voti nel 1936, ma dopo l’emanazione delle leggi razziali nel 1938 fu costretta a lasciare Torino e continuare i suoi studi di neurologia in Belgio, dove si erano già rifugiati il suo professore e i suoi familiari.

Nel 1939 tornò in Italia e da quel momento dovette allestire laboratori di fortuna che fossero facili da trasportare fino alla fine della guerra. Costruì un piccolo laboratorio domestico nella sua camera da letto a Torino, e poi un altro nella villa di famiglia in collina, dove si rifugiò per salvarsi dai bombardamenti. Negli anni dei rastrellamenti, tutta la famiglia continuò a spostarsi in segreto in diverse città italiane e più di una volta rischiò di essere scoperta, catturata e deportata.

Nel 1944 prestò servizio come medico in un campo di emergenza e lì capì di essere più adatta alla ricerca, non riuscendo a creare il giusto distacco emotivo dal paziente.

Gli anni in America e la vittoria del Nobel

Terminata la guerra, nel 1946 il biologo Viktor Hamburger la invitò a continuare le sue ricerche a Washington. All’inizio, la neurologa aveva pensato di rimanere negli Stati Uniti solo alcuni mesi, invece vi restò per trent’anni. Fu prima ricercatrice e poi nel 1958 divenne professoressa ordinaria di Zoologia: insegnò fino al pensionamento, nel 1977.

Non smise mai di fare ricerca e nel 1986 vinse il Nobel per la Medicina. Fu la seconda donna nel mondo a vincerlo per questa categoria (la prima in assoluto fu Gerti Theresa Cori nel 1947), nonché la seconda italiana a vincere un premio Nobel dopo la scrittrice Grazia Deledda.

Il rapporto con le nuove generazioni

Nel 1989 tornò stabilmente in Italia, dove continuò a portare avanti le ricerche sulla Sclerosi multipla e si avvicinò alla politica. diventando senatrice a vita.

Nonostante fosse cresciuta con un’educazione vittoriana, sostenne sempre per la parità di genere spingendo le donne a seguire le proprie inclinazioni, senza lasciarsi influenzare dai giudizi popolari.

L’umanità è fatta di uomini e donne e deve essere rappresentata da entrambi i sessi. Sapevo sin dall’inizio che le nostre capacità mentali – uomo e donna – son le stesse: abbiamo uguali possibilità e differente approccio. Da bambine mio padre ripeteva a mia sorella e a me che dovevamo essere libere pensatrici. E noi siamo diventate libere pensatrici prima ancora di sapere cosa volesse dire pensare“.

 

 

Conoscevate la vita incredibile di questa grande scienziata?

Nel 2020 è uscito un film completamente dedicato a lei, Rita Levi Montalcini, con Elena Sofia Ricci.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *



Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Share via
Copy link
Powered by Social Snap