Di’ la verita, vorresti che i tuoi studenti non memorizzassero semplicemente nozioni, ma sviluppassero la capacità di risolvere problemi complessi applicando ciò che imparano a situazioni concrete? Siamo sicuri che la risposta è sì e oggi ti presentiamo una metodologia didattica, quella del Problem Based Learning che potrebbe essere esattamente quello che cerchi.
Continuando la nostra serie di approfondimenti sulle metodologie didattiche innovative (se è la prima volta che capiti qui dai un’occhiata a tutti gli articoli, ne vale la pena) qui sul nostro blog e dopo l’ultimo articolo sul Cooperative Learning, oggi ci dedichiamo all’esplorazione di un approccio pedagogico che ha rivoluzionato il modo di insegnare e apprendere in tutto il mondo.
Il Problem Based Learning non è soltanto una tecnica d’insegnamento tradizionale con qualche aggiunta moderna: rappresenta una vera e propria trasformazione del ruolo dell’insegnante, degli studenti e della natura stessa del processo educativo.
A differenza della lezione frontale, dove il docente è il depositario del sapere, nel Problem Based Learning diventi il facilitatore di un percorso di scoperta costruito dagli stessi studenti attorno a un problema reale.
Questo articolo ti guiderà attraverso le caratteristiche essenziali di questa metodologia, mostrandoti come applicarla nelle tue classi indipendentemente dal livello scolastico, e spiegandoti perché sempre più istituti scolastici internazionali la stanno adottando. Dai, iniziamo!
Le origini del Problem Based Learning: invertire il processo di apprendimento
Il Problem Based Learning (d’ora in avanti useremo spesso PBL per comodità), letteralmente “apprendimento basato sui problemi”, è una metodologia pedagogica che situa l’apprendimento attorno alla risoluzione di un problema reale, incompleto e complesso, piuttosto che attorno alla trasmissione di contenuti preconfezionati.
In pratica, il processo didattico ha inizio non con una lezione teorica, ma con la presentazione di una situazione problematica che gli studenti devono analizzare, comprendere e risolvere attraverso il lavoro collaborativo e la ricerca autonoma.

Il professor Barrows, ideatore della metodologia Problem Based Learning. (foto: Wikipedia)
Le origini del PBL risalgono alla fine degli anni Sessanta presso la Facoltà di Medicina dell’Università McMaster a Hamilton, in Canada. Il neurologo Howard Barrows notò che i suoi studenti, pur padroneggiando bene la teoria biomedica, non riuscivano ad applicarla efficacemente in contesti clinici reali. Da questa osservazione nacque l’intuizione innovativa di invertire il processo formativo: anziché insegnare la teoria e poi eventualmente applicarla, presentare prima un problema reale e permettere agli studenti di identificare autonomamente quali conoscenze teoriche fossero necessarie per risolverlo.
Le radici filosofiche del PBL affondano più profondamente nella storia dell’educazione, risalendo a figure come John Dewey, il quale già nel XX secolo teorizzava l’importanza del “learning by doing” (imparare facendo), e a Maria Montessori, che enfatizzava l’apprendimento autonomo in un ambiente preparato. Il metodo di Barrows rappresentò l’integrazione moderna di questi principi pedagogici con la ricerca cognitiva contemporanea.
Dalla sua nascita a McMaster, il Problem Based Learning si è diffuso rapidamente in tutto il mondo. Negli anni Settanta e Ottanta ha varcato i confini dell’ambito medico, entrando prima in altre facoltà universitarie dell’Europa settentrionale (Università di Limburgo nei Paesi Bassi nel 1972, Università di Aalborg in Danimarca), quindi progressivamente in istituti di istruzione secondaria e persino primaria. Oggi è riconosciuto come uno dei metodi più innovativi e efficaci nel panorama educativo internazionale.
5 obiettivi didattici che si possono ragguingere con questa metodologia
Il Problem Based Learning non persegue semplicemente l’acquisizione di contenuti, quanto piuttosto lo sviluppo di competenze profonde e trasversali che preparino gli studenti ad affrontare un mondo complesso e in continua evoluzione. Gli obiettivi fondamentali sono cinque:
1. Costruire una conoscenza estesa e flessibile
Il PBL non mira a far memorizzare fatti isolati, ma a far integrare le informazioni attraverso multiple aree disciplinari, organizzandole coerentemente attorno ai principi fondamentali di ciascun dominio. La conoscenza acquisita deve essere “condizionata” in modo tale che possa essere recuperata e applicata fluidamente in contesti diversi e appropriati.
2. Sviluppare competenze efficaci di problem solving
Questo comprende sia l’abilità di identificare e definire un problema (problem finding) che di risolverlo mediante strategie metacognitive e di ragionamento appropriato al contesto specifico. Gli studenti imparano non solo tecniche di soluzione, ma a riflettere sul loro stesso processo risolutivo.
3. Sviluppare competenze di apprendimento autodiretto e lifelong learning
Nel Problem Based Learning gli studenti imparano come gestire la propria conoscenza, identificare lacune nel loro sapere, pianificare il proprio studio e valutare l’efficacia delle strategie adottate. Queste abilità metacognitive sono essenziali per l’apprendimento permanente.
4. Diventare collaboratori efficaci
Il lavoro in piccoli gruppi non è un’aggiunta accessoria, bensì un elemento centrale nel PBL. Gli studenti sviluppano la capacità di stabilire un terreno comune di comprensione, risolvere discrepanze, negoziare azioni comuni e giungere a decisioni concordi.
5. Sviluppare motivazione intrinseca
A differenza della motivazione estrinseca basata su voti o premi, il PBL coltiva il desiderio genuino di apprendere, creando problemi che gli studenti percepiscono come personalmente significativi e rilevanti.
Applicazioni pratiche del Problem Based Learning nei diversi livelli scolastici
Le applicazioni pratiche del Problem Based Learning variano considerevolmente a seconda del livello scolastico e delle caratteristiche cognitive degli studenti.
Vediamo come implementarla concretamente in ogni segmento educativo. Prima di vedere qualche proposta concreta ribadiamo un concetto che ripetiamo spesso all’interno dei nostri articoli: le nostre sono solo idee che mettiamo a disposizione di chi insegna. Si tratta di spunti: ognuno poi è libero di adattare, semplificare o rendere più complessa l’esperienza didattica. Questo perché solo tu conosci così bene i tuoi studenti e sai quali sono le loro necessità.
Detto questo, vediamo come tradurre questa metodologia in attività da svolgere in aula!
Scuola Primaria

Nella scuola primaria, il PBL deve essere adattato alle capacità cognitive ancora in sviluppo dei bambini, mantenendo comunque il nucleo essenziale del metodo: il problema reale come punto di partenza. I problemi devono essere concreti, visibili e tangibili, semplici spesso legati all’esperienza quotidiana degli alunni.
Un esempio pratico efficace riguarda l’insegnamento nell’ambito scientifico. Anziché spiegare il ciclo biologico delle piante, il docente potrebbe presentare il problema: “Abbiamo notato che le piante nel nostro giardino scolastico non crescono bene. Come potremmo scoprire perché?” Gli studenti, divisi in piccoli gruppi, osserverebbero le piante, formulerebbero ipotesi (potrebbero mancare d’acqua, di sole, nutrienti nel terreno), condurrebbero semplici esperimenti per testarle, e infine sintetizzerebbero le loro scoperte. Nel processo, acquisiscono naturalmente conoscenze su fotosintesi, radici, acqua e nutrienti, ma secondo una logica scoperta-based anziché trasmissiva.
Un’altra applicazione pratica potrebbe riguardare la matematica. Anziché insegnare le misure e le equivalenze in modo astratto, il docente propone: “Stiamo pianificando una festa di classe. Dobbiamo acquistare succhi di frutta per 30 persone. Quante bottiglie ci servono e quanto costeranno?” Gli studenti qui affrontano misure, moltiplicazioni, denaro e pianificazione concretamente, motivati da un obiettivo reale.
Scuola Secondaria di Primo Grado
Gli adolescenti dai 10 ai 13 anni hanno sviluppato capacità di pensiero astratto più sofisticate, permettendo problemi più complessi e multidisciplinari. Il Problem Based Learning qui può integrarsi naturalmente con il Cooperative Learning, come abbiamo visto nel precedente articolo della nostra rubrica.
Un problema efficace potrebbe riguardare l’inquinamento ambientale. Il docente propone: “La qualità dell’aria nella nostra città è peggiorata secondo i dati dell’ARPA (abbiamo linkato i dati della Lombardia, ma è possibile accedere a quelli di tutte le regioni). Quali potrebbero essere le cause e cosa potremmo fare?” Gli studenti svolgono ricerche autonome (scienze), analizzano dati statistici (matematica), consultano articoli giornalistici (italiano e comprensione del testo), studiano politiche ambientali (educazione civica), e possono persino presentare le loro soluzioni all’amministrazione locale (soft-skill comunicative). Il risultato è un’integrazione naturale di molteplici discipline attorno a un problema autenticamente rilevante.
Un altro esempio: “Il nostro istituto vuole realizzare un orto biologico sulla terrazza. Come dovremmo progettarlo per garantire la massima resa?” Qui convergono geometria (calcolo di spazi e superfici), biologia/scienze (tipo di colture, stagionalità), economia elementare (budget), progettazione e collaborazione.
Scuola Secondaria di Secondo Grado

Nelle scuole superiori il PBL raggiunge la sua forma più sofisticata, permettendo problemi complessi, multidisciplinari e legati a questioni contemporanee rilevanti. Gli studenti possono condurre ricerche approfondite, analizzare letteratura scientifica, e produrre elaborati di alta qualità.
Per un liceo scientifico: “L’antibiotico-resistenza è un problema crescente di salute pubblica mondiale. Quali sono i meccanismi biologici, e come potremmo contrastare il fenomeno?” Questo apre a ricerche in microbiologia, genetica, biologia, e anche all’etica della pratica medica e all’uso responsabile dei farmaci.
Per un liceo linguistico o classico: “Le migrazioni nel Mediterraneo: cause storiche, contesto politico contemporaneo, prospettive etiche.” Gli studenti studiano storia (migrazione negli ultimi secoli), geografia politica (conflitti attuali), lingue (trovano e analizzano fonti in lingua originale), letteratura (narrativa migrante), e filosofia (questioni di giustizia).
Ultimo esempio pensando a una classe di liceo artistico: “Come potremmo rigenerare un’area abbandonata della nostra città attraverso street art e design urbano?” Le materie coinvolte sono progettazione, storia dell’arte, tecnica artistica, coinvolgimento comunitario.
La tecnologia può aiutare l’applicazione del Problem Based Learning?
Risposta breve: sì. La tecnologia, se integrata consapevolmente, amplifica i benefici del PBL senza snaturarne i principi fondamentali. Diverse tipologie di strumenti possono supportare il metodo:
- Piattaforme collaborative online permettono ai gruppi di lavoro di coordinare le attività anche in modalità sincrona e asincrona, condividendo documenti, creando timeline di progetto, e comunicando efficacemente nonostante vincoli temporali e spaziali. Con una di queste giochiamo in casa: bSmart Classroom. Un comodo sistema per creare una o più classi virtuali e usare la bacheca per scambiarsi messaggi o definire scadenze tramite il calendario condiviso.
- Whiteboard digitali e applicazioni di brainstorming replicano la funzione della lavagna tradizionale utilizzata nel PBL, consentendo ai gruppi di registrare fatti, idee, learning issues e piani d’azione in modo visibile e modificabile collettivamente. Per queste attività, volendo, può tornare utile sfruttare l’intelligenza artificiale. Se sei interessato o interessata ad approfondire cosa può fare l’IA nella didattica, ti consigliamo di dare un’occhiata al nostro mini-corso di utilizzo dell’intelligenza artificiale in classe: potresti trovarci spunti interessanti.
- Database online e risorse digitali agevolano la ricerca autonoma degli studenti. Invece di dipendere esclusivamente dalla biblioteca fisica, gli studenti accedono a giornali scientifici, database accademici, enciclopedie digitali e fonti primarie disponibili online.
- Ambienti learning management system (LMS) consentono al docente di presentare il problema, fornire risorse curate, e gestire la consegna e la valutazione del lavoro finale.
È importante sottolineare che la tecnologia deve rimanere uno strumento al servizio della metodologia, non la protagonista: deve facilitare la collaborazione, l’accesso alle informazioni e la comunicazione, non sostituire il pensiero critico e la risoluzione autonoma dei problemi che rimangono al cuore del metodo.
E il docente che ruolo ha?

Se hai già letto qulcuno degli altri articoli della rubrica sai che dedichiamo sempre un paragrafo a questo aspetto. Le metodologie didattiche innovative, proprio per il loro nome, comportano una rivisitazione dell’impostazione classica della lezione e ciò implica un atteggiamento diverso anche di chi insegna. È quindi sempre molto importante definire quali gli ambiti di intervendo del docente all’interno di attività come queste che si distaccano dalla lezione frontale “ordinaria”.
Uno dei fraintendimenti più comuni riguardo il Problem Based Learning è che il docente abbia un ruolo minore o passivo. In realtà, il ruolo dell’insegnante è profondamente diverso dal modello tradizionale, ma non meno impegnativo.
Nel PBL, il docente assume il ruolo di facilitatore piuttosto che di “esperto del contenuto.” Il facilitatore non espone le soluzioni ai problemi, ma guida gli studenti attraverso il processo di scoperta mediante domande stimolanti, ispirate al metodo socratico. Quando uno studente afferma qualcosa, il facilitatore non valuta se è giusto o sbagliato, bensì pone domande che lo spingono a riflettere, a verificare la sua affermazione, a considerare prospettive alternative.
Le competenze specifiche del facilitatore includono:
- Abilità nel porre domande metacognitive
“Come hai ragionato per arrivare a questa conclusione?” “Quali prove supportano questa ipotesi?” “Come potremmo verificare se è corretto?” Queste domande mantengono i gruppi focalizzati sul processo di apprendimento.
- Monitoraggio del gruppo
Il facilitatore deve osservare dinamiche di gruppo, assicurandosi che tutti i membri partecipino attivamente, che nessuno sia emarginato, e che il gruppo rimanga “in pista.”
- Scaffolding progressivo
All’inizio il docente fornisce più struttura e supporto; man mano che gli studenti acquisiscono confidenza con il metodo, il supporto viene gradualmente ridotto finché i gruppi non diventano autonomi.
- Gestione del silenzio e della frustrazione
Parte della facilitazione è saper tollerare il silenzio mentre gli studenti pensano, o la frustrazione temporanea quando non trovano subito la risposta. Questo discomfort è costruttivo e non deve essere precipitosamente alleviato dal docente.
- Conoscenza delle risorse
Il facilitatore conosce dove reperire informazioni pertinenti, quali banche dati sono disponibili, quali esperti contattare, così da guidare gli studenti verso le fonti più appropriate.
I vantaggi del Problem Based Learning per gli studenti

I benefici per gli studenti sono numerosi. Ecco i principali:
- Apprendimento più profondo e duratura
Diversi studi dimostrano che gli studenti in classi che applicano questo metodo mantengono meglio le informazioni nel tempo rispetto a studenti in classi tradizionali, specialmente per quel che riguarda l’applicazione della conoscenza. La ragione è che il significato costruito attorno a un problema reale crea “ganci” mentali più solidi.
- Sviluppo di competenze trasversali spendibili nel mondo del lavoro
Le aziende cercano dipendenti che sappiano risolvere problemi complessi, collaborare efficacemente, comunicare chiaramente e autogestirsi. Il PBL sviluppa esattamente queste competenze. Non solo capacità tecniche, ma quella che oggi si chiama “soft skills”: pensiero critico, creatività, comunicazione, team work.
- Maggior motivazione e engagement
Quando gli studenti vedono che ciò che stanno imparando risponde a domande reali che loro stessi si pongono, la motivazione intrinseca aumenta significativamente. Non studiano per il voto, ma per genuina curiosità e interesse.
- Miglioramento del successo scolastico in senso lato
La ricerca internazionale mostra che classi PBL hanno tassi di abbandono scolastico inferiori, migliore partecipazione, e meno problemi comportamentali rispetto a classi tradizionali della stessa scuola, persino quando le valutazioni su contenuti specifici sono simili.
- Migliori risultati negli esami di ammissione universitaria
Studi condotti su lungo periodo mostrano che gli studenti provenienti da curricoli PBL hanno maggior successo nei test di ammissione all’università e nelle prove di accesso ai concorsi pubblici.
- Sviluppo dell’autonomia e della responsabilità
Nel PBL, gli studenti non seguono passivamente un percorso predefinito dal docente. Devono identificare autonomamente cosa imparare, come studiarlo, e valutare il proprio progresso. Questo sviluppa un senso di proprietà del processo educativo e responsabilità personale.
- Inclusione e accessibilità
Vale la pena notare che, gli studenti con limitate abilità verbali e comunicative iniziali tendono a beneficiare significativamente dal PBL, poiché il contesto significativo del problema facilita la comprensione e l’espressione.
Verso un’evoluzione dei modi di insegnare
La metodologia didattica del Problem Based Learning rappresenta molto più di una semplice tecnica didattica innovativa. Riflette una visione profondamente diversa di cosa significhi educare: non trasmettere passivamente un sapere preconfezionato, ma accompagnare studenti nella costruzione attiva della loro conoscenza attorno a domande e problemi che rispecchiano la complessità del mondo reale.
Attenzione però: siamo perfettamente consapevoli che l’attuale impianto didattico non può essere stravolto dall’introduzione avventata di questa metodologia. L’0biettivo è quello di individuare e pensare ad alcuni progetti – meglio se multidisciplinari – per iniziare a fare qualche sperimentazione e osservare come si comporta la classe nell’approcciare la conoscenza partendo dalla risoluzione controllata dei problemi. La parola d’ordine deve sempre essere: valutare. Se questi tipi di attività portano un beneficio allora possono essere fatti evolvere; in caso contrario si proveranno altre strade, applicando metodologie più adatte al tuo contesto.
L’invito, quindi, è di sperimentare. Inizia con un problema piccolo e ben strutturato, seleziona gli argomenti che ti entusiasmano particolarmente, coinvolgi i tuoi colleghi, scopri come i tuoi studenti si trasformano quando diventano protagonisti attivi della loro educazione anziché spettatori passivi. La rivoluzione educativa non avviene negli uffici amministrativi dei ministeri, ma nelle aule, uno studente e un problema alla volta.
Una cosa è certa: se sei un docente che sente il bisogno di proporre un approccio più stimolante ai tuoi studenti, il PBL merita seria considerazione. Quando implementato consapevolmente, il Problem Based Learning produce non solo una migliore comprensione dei contenuti disciplinari, ma anche lo sviluppo di competenze e di un atteggiamento verso l’apprendimento che preparano efficacemente gli uomini e le donne del futuro.
Conoscevi già questa metodologia? L’hai già sperimentata? Se sì, con quali risultati? Ci piacerebbe tanto sentire l’opinione di chi l’ha già portata in classe! Aspettiamo il tuo contributo nei commenti qui sotto.




